Epitaffio di un cuore infranto

“Cara ****,                                                                                                                             Aprile 2016

Se stai leggendo questo, vuol dire che ho trovato il coraggio di darti la lettera, ma vuol dire anche che hai preso la tua decisione di chiudere il nostro rapporto.
Ti ho detto spesso di come mi riesca difficile scrivere molte volte. E questa è la cosa più difficile che mi sia mai capitato di scrivere.
Viviamo in un mondo cattivo e pieno di cambiamenti, e abbiamo il particolare difetto di chiudere gli occhi e perdere il momento. Il momento che potrebbe cambiare tutto.
Ho conosciuto una ragazza cinque mesi fa. Non che la stessi cercando, è successo e basta. E la prima volta che ci siamo visti, visti davvero con l’intenzione di vederci guardarci ed essere qualcosa l’uno per l’altro, lei mi ha guardato, in mezzo alla folla e io ho capito in quell’esatto istante che avrei lottato fino a trovarmi in ginocchio pur di continuare a ricevere quello sguardo.
La buona notizia è che sto parlando di te. La cattiva è che non ho assolutamente idea di come restare con te in questo momento; e la cosa mi uccide di paura. Perché se non sono con te ora, ho la sensazione di perdermi.
Ci dicono tutti che la cosa importante è non avere rimpianti, e sicuramente hanno ragione. Ma nessuno dice quanto cazzo faccia male in ogni caso. Non vieni preparato a soffrire, ma vieni preparato ad amare come se fosse semplicemente la cosa più naturale e semplice e rilassante di questo mondo. Cazzate. Odiare è facile. Fottersene è facile. Questa invece è tutta un’altra categoria; e devi sudare, rischiare, sperare, soffrire. Ma resta comunque vero che ne valga la pena. Assolutamente.
Una donna fantastica, che resterà sempre nel mio cuore, un giorno mi ha regalato il suo libro preferito e sulla prima pagina ha lasciato scritto un consiglio che da quel momento ho sempre cercato di seguire.
“Spero che questo libro ti ricordi di quanto sia fragile e meravigliosa la nostra vita e, quindi, di quanto sia importante viverla a pieno ogni giorno, senza rimpianti”. Non ho rimpianti, ma ho veramente tanta paura. Non riesco a pensare che non ci sarò per vederti con i capelli corti per dirti quanto bella sei; che non potrò festeggiare con te dopo l’esame di maturità; che non potrò esserci quando scoprirai di essere entrata a veterinaria o a medicina. Non riesco a immaginarmi come sarà non stringerti più la mano, baciarti, guardarti sorridere. Ora il futuro fa paura anche a me.
Anche se a te probabilmente sembrerà il contrario, so bene di non vivere in una serie tv e so anche bene di non essere esattamente quel tipo di uomo che riesce a riprendersi la donna che vuole. E’ per questo che questa lettera te la darò a giochi conclusi, se troverò il coraggio. Anche se, non ti mentirò, la speranza di vederti tornare resterà, non so per quanto.
Non ho ancora capito bene cosa stia succedendo tra di noi e non posso chiederti di fare una scelta contro le tue intenzioni. Ma cazzo il tuo odore mi fa impazzire, profumi di casa; e poi fai dei dolci fantastici. Dovrà pur contare qualcosa, no?

Sfortunatamente ancora tuo,
Gio”

Indubbiamente, dopo due anni, ancora tuo.

 

 

 

 

 

 

 

 

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Ovunque

Occhio a non sottovalutare i dintorni. Si parte sempre da lì e poi è una scalata. In alto, sempre di più. E si può andare ovunque. Vedi confini?

Io vedo solo una distesa di possibilità che si perde all’orizzonte e vedo te. 

Sto arrivando.

Proposta indecente

Sei luce. Luce pura e forte. 

E sei vera. Come io sono vero. E conoscerti è vero. E bello. Voglio conoscerti di più e parlare dei viaggi che abbiamo fatto e che vorremmo fare e dei nostri sogni e delle piccole cose che ci hanno fatto sorridere.

Quindi ti faccio la mia proposta indecente: vuoi fare un viaggio con me?

Chi sono?

Chi sono io. 

Non credo di avere una risposta. Non so nemmeno se sia possibile conoscersi davvero. Forse è anche questo il bello, continuare a scoprirsi. Una continua ricerca del pezzo mancante. O forse sono solo io così ed è questo ciò che sono: un’anima perduta. 

Però se c’è una cosa in grado di farti capire, almeno un po’, chi sono è quello che scrivo. Che poi alla fine solo tu leggi, per l’immensa gioia di un ragazzo che ha sognato per anni di diventare uno scrittore e ora è letto da una sola persona che è pure molto più brava, vera e talentuosa di lui.

Lo scrittore. Eh già, una delle mie tante e passeggere ispirazioni. Ma te hai chiesto del mio sogno da bambino. Vuoi sapere la cosa più intima di me. Pretenziosa. Oppure profondamente interessata.                             Fin da piccolo ho avuto la certezza di essere quello che qualche romanticone senza speranza chiama “spirito libero”. Non vedevo radici ai miei piedi né le desideravo. Guardavo in alto e in avanti, il mondo era immenso. E da allora ho sempre guardato avanti, ho sempre girato la testa con la bocca aperta dallo stupore. Ho iniziato, passo dopo passo, ad avverare il mio sogno. Ho iniziato a viaggiare. Ho corso, nuotato, volato, scalato; sono caduto, strisciato, crollato per la stanchezza.             E ora sono qui con la bussola in mano che punta verso te, ovunque tu sia. Te che guardi tutto, ne sai forse qualcosa?

È il tuo turno adesso, perché ti sto ancora inseguendo. Permettimi almeno di toccare l’immagine che ho di te.                 Avvicinati.

P.s.: effettivamente mi sento osservato, da un po’.

Mi vedi?

Voglio vederti.

Chissà come sei quando ridi. Se nascondi i tuoi sorrisi dietro una mano o se esplodi di gioia anche per le piccole sciocchezze.

Chissà come sono i tuoi occhi. Si illuminano mentre guardi su e ti perdi nei tuoi pensieri?

Chissà come suona la tua voce. Se è pungente e profonda come le tue parole o se è rotta dall’insicurezza. O se ancora è dolce e ingenua come le mie di parole.

Chissà se ti farei ridere. Chissà se riuscirei a far illuminare i tuoi occhi o a incrinare la tua voce con il mio sguardo.

Chissà se riuscirò a vederti.                              Ma forse ti vedo già. Sì. Ti sto guardando proprio ora che i miei occhi sono chiusi.

Chissà se anche te mi stai guardando.

Inseguimi

Non ti conosco.
Ma ti sto inseguendo.
Ti inseguo tra le mie e le tue pagine, che si intrecciano a formare un universo di storie senza fine. Mi perdo nei miei pensieri, poi ti vedo e mi perdo nei tuoi.
Ora scrivo, seduto sul mio letto fatto di sogni, e mentre scrivo di te cado. Precipito senza atterrare mai, tra le nuvole di un cielo grigio. Ma dopo le nuvole si dissolvono, si sciolgono come zucchero nel té e il cielo si fa del tuo colore e il tuo nome rimbomba nella mia testa. Nemmeno mi sono accorto di aver smesso di cadere. Sono sospeso sopra il tuo mondo, sopra le tue parole che scrivi così bene da non crederci. E sento le tue mille paure, quelle che vorresti tanto nascondere.
Ti sento urlare, o forse sono io? Un urlo senza suono, ma che squarcia il silenzio.
Continuo ad inseguirti, tra le mie parole scritte a caso; ma te non stai scappando. Mi guardi e corri verso di me.
Non mi conosci.
Ma mi stai inseguendo.
Ci stiamo inseguendo mentre scappiamo da noi stessi e le strade da una diventano dieci, cento e mille, il cielo sta cadendo e la terra sotto i nostri piedi trema.
Sento la tua voce anche se non ti conosco e mi dice di aspettarti. Mi dice che il cielo non cadrà e che ti raggiungerò e mi raggiungerai e le parole diverranno sguardi; le urla sussurri; le nuvole non torneranno.
Non è un sogno. Non è un sogno. Non è un sogno.

Ti aspetto.

Rinascita

Ho fatto un viaggio ultimamente. Il Viaggio, per quanto mi riguarda; sono finalmente riuscito a spuntare dalla mia lista il primo posto.
La Norvegia; in realtà sulla mia lista era scritto Trolltunga ma ho un attimo allargato il raggio d’azione decidendo di esplorare varie altre zone.
In molti non hanno capito, quasi tutti in realtà, i motivi che mi hanno spinto ad affrontare questo strano viaggio; credo che nemmeno il mio compagno in questa avventura sia riuscito a condividere con me lo stesso livello di emozioni. Dico strano perchè ormai il viaggio non è più una ricerca nè una scoperta; solo in pochi ancora viaggiano per cercare qualcosa dentro se stessi che soltanto spostandosi possono trovare. Gli altri sono diventati i classici turisti, ingranaggi della macchina del consumismo che macinando soldi spesso risucchia anche sogni e aspirazioni.
Per quanto mi riguarda, dopo 10 anni a guardarne le foto su internet, sono riuscito a sedermi su quella lingua di roccia (la lingua del troll appunto) sospesa settecento metri sul vuoto e quello che ho provato resterà dentro di me per sempre, a colmare qualsiasi vuoto dovesse mai crearsi nella mia anima; ed è stato qualcosa di così forte che non sarei capace di darle una forma in parole.
Ma il mio viaggio in Norvegia ha lasciato in me altri segni, tanto che ho deciso che quando sarò vecchio comprerò una casa lì. Quando avrò assaporatò tutto ciò che il mondo ha da offrire e le mie gambe saranno stanche e gli occhi rifletteranno tutti i miei sogni avveratisi, concluderò il mio lungo viaggio, fermandomi in una casetta in legno, al limitare del bosco, su un colle abbastanza alto da tuffare la sua ombra sui cristalli di luci riflessi dall’acqua dei fiordi. Voglio svegliarmi mentre il fuoco dentro il camino si spegne giocando con i suoi ultimi scoppiettii, affacciarmi alla finestra e prendere una grande, piena e profonda boccata d’aria fresca di montagna mentre il mio sguardo si perde tra le vette innevate seguendo il volo di un falco. Voglio poi partire, zaino in spalla e canna in mano, per andare a pescare al lago, dove le nuvole si specchiano nell’acqua e dove solo un angelo potrebbe bagnarsi. E voglio poi sedermi davanti al ravvivato fuoco del camino e guardare il sole che sprofonda dietro le montagne, lasciando il palcoscenico alla luna.
Voglio ululare con i lupi guardandola, sdraiarmi per terra, sulla neve soffice, e contare le stelle fino ad addormentarmi.
Mi sembra giusto per il futuro tornare nel posto dove tutto è cominciato, perchè se c’è una cosa che riesco a esprimere di questo viaggio è che, seduto sulla lingua di quel troll, sono nato di nuovo; tra le verdi alture norvegiesi sono nato viaggiatore, e lì tornerò una volta asciugata la mia sete di conoscenza.

Scrivo

Io scrivo.

Non ho paura a dirlo. Scrivo per il solo fatto di essere vivo. Scrivo per rimanere, per lasciare un segno ma allo stesso tempo perché questo scrivere lasci un segno dentro di me.

Scrivo di piccoli istanti, di lampi di luce che squarciano la vista davanti ai miei occhi. Scrivo ciò che vivo e scrivo ciò che sono. Scrivo perché una parola battuta ne richiama un’altra e un’altra ancora e così via in un eterno girotondo di istinto e suoni.

La giornata più insignificante diventa un’avventura, se si usano le parole giuste; la simpatia diventa amore, il fastidio diventa odio; tutto è amplificato e amplificabile e i mondi che posso creare sono infiniti.

Quindi perché no. Sogno. Scrivo. Vivo.

Car Radio

I ponder of something great

My lungs will fill and then deflate
They fill with fire, exhale desire
I know it’s dire my time today

I have these thoughts, so often I ought
To replace that slot with what I once bought
‘Cause somebody stole my car radio
And now I just sit in silence

Sometimes quiet is violent
I find it hard to hide it
My pride is no longer inside
It’s on my sleeve
My skin will scream reminding me of
Who I killed inside my dream
I hate this car that I’m driving
There’s no hiding for me
I’m forced to deal with what I feel
There is no distraction to mask what is real
I could pull the steering wheel

I have these thoughts, so often I ought
To replace that slot with what I once bought
‘Cause somebody stole my car radio
And now I just sit in silence

I ponder of something terrifying
‘Cause this time there’s no sound to hide behind
I find over the course of our human existence
One thing consists of consistence
And it’s that we’re all battling fear
Oh dear, I don’t know if we know why we’re here
Oh my, too deep, please stop thinking
I liked it better when my car had sound

There are things we can do
But from the things that work there are only two
And from the two that we choose to do
Peace will win and fear will lose
It is faith and there’s sleep
We need to pick one please because
Faith is to be awake
And to be awake is for us to think
And for us to think is to be alive
And I will try with every rhyme
To come across like I am dying
To let you know you need to try to think

I have these thoughts, so often I ought
To replace that slot with what I once bought
‘Cause somebody stole my car radio
And now I just sit in silence

Harvest Moon

Quando sei un bambino i sogni sembrano essere progetti per il futuro, per i quali basta solo aspettare. Qualsiasi cosa è nuova e fantastica, il mondo è grande e pieno di opportunità. Crescendo il tuo piccolo mondo di sogni e speranze pian piano ti abbandona, per far spazio alla consapevolezza che non tutte le cose sono raggiungibili e che alla fine le opportunità non sono poi così tante. Ci sono però dei momenti, imprevisti e improvvisi, che ti riportano indietro a quando tutto ciò che importava davvero potevi stringerlo in un pugno e mettertelo in tasca: una stella o la luna, catturata dal cielo notturno quando tuo padre ti teneva in braccio sul balcone mentre ti raccontava di tutte le costellazioni e i pianeti che illuminavano la notte. Oggi in balcone ci sei solo te, nessuno che ti tiene in braccio, nessuno che ti racconta storie, ma la luna è gigantesca, rotonda, perfetta. Tutta la tua vita crolla come un castello di sabbia e rimane un bambino che alza gli occhi al cielo e sorride. Sorride perché lui non è sul balcone, sta salendo una scala che lo porterà su quel disco sospeso nella notte. Sta fluttuando nello spazio, tocca le stelle con un dito e poi se le mette in tasca; ora invece è sulla luna e ti guarda dall’alto. Continua a sorridere perché è tutto reale per lui, i sogni sono come quella luna chiusa nella mano, tangibili, suoi.
Alcuni precetti orientali dicono che un uomo nasce più volte nel corso della sua vita, grazie a momenti come questi che, come la madeleine di Proust, lo riportano indietro, dimentico di ogni problema, alla sua essenza primaria, al suo io bambino.